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26/03/03 politica estera
14/03/03 innovazione tecnologica
07/03/03 lavoro

LA RIFORMA PENSIONISTICA 
Il Governo Berlusconi ha deciso di procedere alla riforma del sistema delle pensioni, con l'obiettivo di garantire le pensioni di tutti, sia di coloro che sono già in pensione oggi che di quanti saranno in pensione domani. 
La riforma non cambierà nulla per chi è già in pensione. Quindi i pensionati di oggi non hanno nulla da temere. Anzi, il Governo Berlusconi già due anni fa ha aumentato le pensioni sociali a 516 euro al mese. 
La riforma decisa dal Governo Berlusconi è una riforma necessaria, equa e saggia. 
La riforma del sistema pensionistico decisa dal governo Berlusconi è una riforma in linea con l'Europa. Tutti i principali paesi europei - Francia, Germania Gran Bretagna - hanno approvato in questi mesi una riforma del loro sistema delle pensioni. 
 
UNA RIFORMA NECESSARIA 
La riforma delle pensioni è necessaria perché il nostro attuale sistema delle pensioni è stato concepito più di mezzo secolo fa, quando la popolazione italiana era più giovane e la durata della vita media più breve. 
Nel 1959 la durata della vita media era di 65 anni e mezzo. Oggi è vicina agli 80 anni. 
Oggi le persone di più di 65 anni sono il 15% della popolazione, ma nel 2010 saranno il 20% e nel 2025 il 25%. 
Inoltre la popolazione italiana, a causa del calo della natalità, sta diminuendo. Nel 2000 eravamo 57 milioni e mezzo, mentre si calcola che nel 2020 saremo 56 milioni e nel 2050 solo 46. 
La crescita della durata vita media, il calo demografico e il conseguente invecchiamento della popolazione, se non si cambia sistema pensionistico, fanno sì che chi lavora dovrà contribuire per la pensione di un numero sempre maggiore di anziani. 
In questi anni la spesa per le pensioni è cresciuta e, se non si interviene, crescerà progressivamente fino al 2030, come mostra il grafico dove è rappresentata la percentuale costituita dalla spesa per le pensioni sul nostro prodotto interno lordo, cioè sul totale della ricchezza prodotta in un anno. 
Come si può vedere, tra dieci anni la spesa per pensioni crescerà per una cifra intorno ai 10 miliardi di euro e tra vent'anni per oltre 20 miliardi di euro. 
Si tratta di somme che nessun governo, sia esso di destra o di sinistra è in grado di reperire. 
Se si considera, inoltre, che l'allungamento della durata di vita comporta l'incremento della spesa per la salute, si può calcolare che nei prossimi vent'anni, se non riformiamo il nostro sistema, l'incremento della spesa sia pari a 40 miliardi di euro. 
Il rischio che corriamo, se dovessimo dare retta a chi ci dice che tutto va bene e non è necessaria la riforma, è quello di non poter pagare le pensioni future, di ridurre pesantemente la spesa per la salute, per la scuola e per altri settori fondamentali del nostro benessere, come la sicurezza. 
 
UNA RIFORMA EQUA 
La riforma proposta dal Governo Berlusconi è una riforma equa. 
Innanzitutto perché non tocca chi oggi è in pensione. I pensionati di oggi continueranno a percepire la loro pensione per tutta la vita, senza che nulla cambi per loro. E dunque possono stare tranquilli. 
È una riforma equa perché garantisce i pensionati, garantisce i contributi versati da tutti coloro che oggi lavorano e garantisce i giovani, i quali sarebbero le principali vittime della mancata riforma. Il sistema attuale, proprio perché pensato in un altro momento storico e sociale, penalizzerebbe proprio loro. 
Infatti sui giovani, sui nostri figli, cadrebbe il peso della maggiore spesa per pensioni e della minor ricchezza da destinare alla salute, alla scuola e alla sicurezza. Nonché alle future pensioni. 
Noi non possiamo permetterci di penalizzare i giovani solo per la paura di cambiare. Dobbiamo pensare che è necessario guardare avanti, al futuro dei nostri figli, così come si fa in ogni famiglia quando si mettono da parte i risparmi per farli studiare e per dare loro un futuro sereno e di benessere. 
Anche lo Stato deve pensare al futuro della Nazione, alle giovani generazioni alle quali dobbiamo assicurare almeno lo stesso benessere di cui possiamo godere noi oggi. 
 
UNA RIFORMA SAGGIA 
La riforma delle pensioni proposta dal Governo Berlusconi è una riforma equa perché offre ai padri e ai figli le stesse opportunità. 
La riforma delle pensioni proposta dal governo Berlusconi è una riforma saggia. 
Il sistema, infatti, cambierà con gradualità, dando così a tutti l’opportunità di poter fare i propri conti e prendere le proprie decisioni con piena consapevolezza. 
Fino al 2008 chi ha già maturato il diritto al pensionamento potrà godere delle stesse regole di oggi. Solo dal 2008 saranno necessari 40 anni di contributi per poter andare in pensione prima dei 65 anni (gli uomini) o dei 60 (le donne). 
Si potrà ancora, comunque, scegliere il pensionamento anticipato; e in quel caso la pensione verrà calcolata con il metodo contributivo. 
Oggi sono necessari 35 anni di contributi versati per andare in pensione anticipatamente. Si tratta dunque di un piccolo prolungamento della vita lavorativa che darà un grande contributo al benessere di tutti. 
Inoltre, indipendentemente dai contributi versati, tutti gli uomini avranno diritto ad andare in pensione all'età di 65 anni, tutte le donne a 60 anni. 
Anche in questo caso, se si considera che l'età di pensionamento effettivo oggi è di 59 anni, possiamo vedere che un piccolo prolungamento della vita lavorativa potrà apportare un grande beneficio a tutti. 
Dobbiamo considerare inoltre che la più lunga durata di vita e i progressi della medicina e più in generale il benessere che tutti gli italiani hanno costruito, hanno migliorato di molto la nostra vita. Cinquant'anni fa la durata della vita media era di 65 anni. Oggi è di 80 e tutti noi possiamo constatare come una persona di 65 anni sia ancora nel pieno delle sua vitalità. 
Sono sempre di più le persone che, raggiunta l'età della pensione, continuano comunque a lavorare, perché sono in condizioni di farlo e perché possono mettere a frutto la loro esperienza. Esperienza che va valorizzata e non accantonata. 
La riforma del sistema delle pensioni proposta dal Governo Berlusconi è anche una riforma saggia perché offre un'opportunità straordinaria a chi abbia maturato il diritto alla pensione, ma voglia continuare a lavorare. 
Per questi è infatti previsto un aumento di stipendio del 32 per cento, totalmente esentasse. 
Si tratta del più cospicuo aumento di stipendio che mai sia stato possibile in tutta la storia d'Italia. 
Per esempio, se lo stipendio annuo è di 20 mila euro, l'aumento sarà di 6 mila euro netti. Una cifra molto elevata che consente di accumulare in pochi anni ulteriori risparmi per un sereno futuro.  
Una cifra che dà l'idea di quanto, semplicemente lavorando qualche anno di più, il nostro sistema pensionistico può creare risparmi a favore di una sanità migliore, di una scuola migliore, di città più sicure, di servizi pubblici più efficienti. 
 
UNA RIFORMA EUROPEA: IL CASO FRANCIA 
In Francia il sistema delle pensioni soffriva di mali simili al nostro: aumento della durata di vita, diminuzione della popolazione; con i più una forte disparità tra dipendenti pubblici e dipendenti privati. 
Anche in Francia la riforma ha aumentato la durata minima della contribuzione, portandola a 40 anni per tutti (mentre prima, per i dipendenti pubblici, erano sufficienti 37 anni e mezzo). Inoltre è gia previsto che la durata della contribuzione salirà a 41 anni nel 2012 e a 42 anni nel 2020. 
Anche in Francia è stato introdotto un sistema di incentivi a restare in attività e ritardare l'inizio della pensione: ogni anno in più di lavoro produrrà il 3% in più di pensione. Mentre chi non avrà raggiunto il minimo richiesto subirà una decurtazione della pensione del 5% per ogni anno mancante. 
 
UNA RIFROMA EUROPEA: IL CASO TEDESCO 
In Germania il governo rossoverde presieduto da Gerard Schroeder sta affrontando anch'esso la riforma del sistema pensionistico. 
Una commissione di esperti nominata dal governo ha formulato alcune proposte: innalzare l'età di pensionamento dagli attuali 65 a 67 anni, a partire dal 2011. 
Sono inoltre previste penalizzazioni economiche per chi vada in pensione con meno di 45 anni di versamenti contributivi, e incentivi (pari al 6% all'anno) per coloro che, pur avendo maturato il diritto alla pensione, restino in attività. 
 
CONCLUSIONI 
La riforma del sistema delle pensioni proposta dal Governo Berlusconi ha come obiettivo il futuro. Un futuro di benessere e di giustizia sociale per gli Italiani. Essa non serve, come si dice, a "far cassa". Perché i futuri risparmi che genererà consentiranno di mantenere un equilibrato sistema di welfare, nel campo della previdenza, così come nella sanità, nella scuola, nell'assistenza ai più bisognosi. La riforma del sistema delle pensioni non cambia di una virgola la situazione dei pensionati attuali e di coloro che, fino al 2008, matureranno il diritto ad andare in pensione. La riforma del sistema delle pensioni mette "d'accordo" i padri con i figli e offre opportunità a tutti. La riforma del sistema delle pensioni è una riforma che allinea l'Italia ai principali paesi europei. 

 

FONDAZIONI BANCARIE, LA RIFORMA DEL GOVERNO 
 
Le fondazioni bancarie sono gli enti nati per amministrare il patrimonio delle Casse di risparmio e degli istituti di credito di diritto pubblico trasformati in Spa. In Italia sono 89 e controllano 22 banche.  
Alla fine del 2001 amministravano un patrimonio di circa 36 miliardi di euro, composto da donazioni private, dai pacchetti azionari bancari ancora detenuti e dai proventi delle azioni vendute in questi anni.  
Per legge devono erogare risorse ai Centri di servizio regionali per il volontariato. Dal 1991 al 2000 le Fondazioni hanno destinato alle attività di volontariato circa 268 milioni di euro. 
 
La riforma delle fondazioni bancarie si è attuata con la Legge finanziaria 2002, ed è stata in parte modificata dalla finanziaria 2003.  
Prevede che: 
 
- le fondazioni che ancora detengono pacchetti di controllo nelle banche li affidino entro il marzo 2003 ad apposite società di gestione del risparmio (Sgr), o in alternativa vendano il proprio pacchetto. Per le piccole fondazioni (patrimonio inferiore a 200 milioni di euro) il termine è stato prorogato di tre anni; 
 
- gli amministratori non possono ricoprire incarichi nelle banche o i altri istituti di credito, ad eccezione di quelle non operanti nei confronti del pubblico, di limitato rilievo economico e patrimoniale; 
 
- i consiglieri degli enti locali diventano “prevalente e qualificata rappresentanza” all’interno dei consigli di amministrazione, mentre prima erano in numero pari ai rappresentanti della società civile; 
 
- è stata allargata la gamma d’interventi (dall’arte alla prevenzione della criminalità), ma i settori rilevanti, non più di tre, sono selezionati ogni tre anni.  
 
Le nomine dei gestori delle Sgr sono di competenza del Ministero dell’economia, mentre Bankitalia ha il compito di definire i criteri degli assetti azionari e di gestione di questi intermediari finanziari. 
 
LE FONDAZIONI NON SONO PENALIZZATE DALLA RIFORMA 
 
Dalla riforma delle fondazioni ex bancarie deriveranno infatti, e solo, efficienza e trasparenza, tanto per il settore del credito, quanto per il terzo settore. Il vincolo ad investire in infrastrutture è nella logica del radicamento territoriale delle fondazioni. Non nell’interesse erariale. La riforma delle fondazioni ex bancarie non serve infatti al bilancio dello Stato. Non ce n’è bisogno! 
 
IL PROVVEDIMENTO NON INDEBOLIRA’ IL RUOLO NON PROFIT DELLE FONDAZIONI 
 
È necessario che le fondazioni mettano l’attività di erogazione al centro della loro missione e diventino il motore del cosiddetto terzo settore. Esse hanno mostrato un attaccamento quasi morboso al controllo delle banche e ciò ha impedito alla maggioranza di loro di lasciare nella società un segno adeguato alla dimensione del patrimonio e del potenziale che potrebbero esprimere. Le fondazioni devono fare un enorme salto in avanti in termini di capacità di identificazione dei bisogni delle zone in cui operano e di individuazione degli strumenti di intervento più idonei.  

TESTO INTEGRALE DELL'INTERVENTO TV DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO SILVIO BERLUSCONI, 29 SETTEMBRE 2003 
 
Care amiche, cari amici, sono qui per comunicarvi una decisione importante che il Governo sta per assumere: la decisione di garantire le pensioni di tutti nel futuro, di garantire cioè il benessere degli anziani e anche quello dei giovani di oggi quando saranno anziani. 
 
È grazie alle pensioni che chi lavora può guardare con serenità alla sua vecchiaia. Ne siamo sempre stati convinti tanto è vero che abbiamo aumentato le pensioni sociali a 516 euro al mese. 
 
Tuttavia però il sistema delle pensioni che abbiamo ereditato dal passato presenta seri problemi. Per due ragioni. 
 
La prima è che oggi siamo 58 milioni ma tra vent'anni saremo molti di meno e ci saranno molti più anziani. 
 
La seconda ragione è che, fortunatamente, viviamo molto più a lungo dei nostri padri, e viviamo in condizioni di salute migliori. Oggi la vita media tende ad oltre 80 anni. 
 
Questo è l'effetto del progresso scientifico e del progresso economico, ed è una cosa splendida, una grande conquista della nostra civiltà. 
 
Ma questo vuol anche dire che chi lavora dovrà contribuire per la pensione di un numero sempre più alto di anziani. Una vita media più lunga significa che lo Stato dovrà pagare a ciascuno la pensione per un numero maggiore di anni. 
 
Ora dobbiamo sapere che il sistema pensionistico attuale è stato concepito più di mezzo secolo fa. Allora la popolazione italiana era molto giovane, e la durata della vita era molto più breve. 
 
Oggi la realtà è diversa e per questo la spesa per pagare le pensioni è cresciuta e crescerà in maniera continuativa sino al 2030. 
 
Questa non è una situazione sostenibile né dal punto di vista economico né dal punto di vista sociale. Non è una situazione sostenibile dal punto di vista economico perché sino al 2030 lo Stato, che rappresenta tutti noi, si vedrebbe caricato di una spesa eccessiva e crescente. 
 
Mancherebbero i soldi per pagare una sanità dignitosa per tutti, mancherebbero i soldi per le scuole, mancherebbero i soldi per le forze dell'ordine. Lo Stato dovrebbe aumentare le tasse, e resterebbero così meno soldi nelle tasche di tutti, pensionati compresi. 
 
È poi una situazione inaccettabile dal punto di vista sociale anche perché le pensioni dopo il 2030 si abbasserebbero ad un livello troppo basso per garantire una vecchiaia decorosa e serena. 
 
A qualcuno può sembrare che il 2030 sia una data lontana. Non è vero. 
 
Qualsiasi famiglia, quando compra una casa, fa progetti a lungo termine. Pensa che in quella casa vivranno i suoi figli e i figli dei suoi figli. Ma se una famiglia pensa almeno al prossimo mezzo secolo, lo Stato, che è la grande famiglia degli italiani, perché non deve fare altrettanto? 
 
La conclusione è semplice. Se si lascia che le cose vadano avanti così, lo Stato non ce la farà più a pagare le pensioni e gli anziani non potranno più vivere con la loro pensione. 
 
Questi sono i fatti. Chi dice cose diverse, chi dice che tutto può continuare così, ci sta ingannando. 
 
Questo governo si sente dunque addosso una grande responsabilità, sente il dovere di intervenire per fare una riforma del sistema delle pensioni, nell'interesse dell'Italia e di tutti gli italiani. 
 
Sarà una riforma giusta, perché, lo ripeto, non cambierà nulla per chi è già in pensione e perché questa riforma non riguarda i pensionati di oggi, non riguarda Voi che siete già in pensione. 
 
È anche una riforma saggia perché il sistema verrà cambiato con gradualità, in modo da consentire a tutti i cittadini di fare bene i propri conti e di decidere poi con piena consapevolezza. 
 
Infatti, da adesso sino al 2008, chi ha già maturato il diritto di andare in pensione potrà farlo con le stesse regole di oggi. Non ci sarà nessun cambiamento, non ci saranno cattive sorprese. 
 
Solo a partire dal 2008 il periodo di versamenti dei contributi richiesto per accedere alla pensione sarà di almeno 40 anni. 
 
In ogni caso, indipendentemente dai contributi versati, tutti gli uomini avranno diritto ad andare in pensione all'età di 65 anni, tutte le donne a 60 anni. 
 
Ma attenzione: questa riforma offre in più a chi ha maturato il diritto di andare in pensione, una opportunità straordinaria e cioè un aumento di stipendio del 32 per cento se decide di continuare a lavorare. Per fare un esempio, se lo stipendio annuo è di 40 milioni di vecchie lire, l'aumento sarà di oltre 12 milioni di lire. Una differenza importante, che consentirà di risparmiare per un futuro più sereno. 
 
Questa decisione di restare a lavorare guadagnando di più non sarà un obbligo, sarà una libera scelta di ciascuno. Molti, moltissimi cittadini in età di pensione vogliono restare attivi, non vogliono essere messi da parte: con questa nostra riforma potranno non solo realizzare il loro desiderio di restare attivi ma anche guadagnare di più. 
 
Care amiche e cari amici, questa riforma necessaria e giusta, permetterà a tutti di vivere nella sicurezza e nel benessere. 
 
Oggi molti Paesi europei, dalla Francia alla Germania, all'Austria, hanno riformato i loro sistemi pensionistici. Lo hanno fatto per le stesse ragioni che hanno motivato il nostro progetto. 
 
Lo hanno fatto i governi di centro-destra come quelli di centro-sinistra. E questo dimostra che la riforma è utile e necessaria. Coloro che si ostinano a negare questa verità non rendono un buon servizio al Paese. 
 
Tutti in effetti riconoscono che questo è il problema ma nessuno ha avuto sinora il coraggio di affrontarlo. Noi questo coraggio l'abbiamo avuto, ce l'abbiamo e ce l'avremo sempre se continuerete a sostenerci con la Vostra fiducia. 
 
Vi ringrazio. 
 
Silvio Berlusconi 

 

Pensioni: una riforma necessaria, equa e saggia

LA DECISIONE DEL GOVERNO 
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Il Governo Berlusconi ha deciso di procedere alla riforma del sistema delle pensioni, con l'obiettivo di garantire le pensioni di tutti, sia di coloro che sono già in pensione oggi che di quanti saranno in pensione domani. 
 
La riforma non cambierà nulla per chi è già in pensione. Quindi i pensionati di oggi non hanno nulla da temere. Anzi, il Governo Berlusconi già due anni fa ha aumentato le pensioni sociali a 516 euro al mese. 
 
La riforma decisa dal Governo Berlusconi è una riforma necessaria, equa e saggia. 
 
La riforma del sistema pensionistico decisa dal governo Berlusconi è una riforma in linea con l'Europa. Tutti i principali paesi europei - Francia, Germania, Gran Bretagna - hanno approvato in questi mesi una riforma del loro sistema delle pensioni. 
 
UNA RIFORMA NECESSARIA 
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La riforma delle pensioni è necessaria perché il nostro attuale sistema delle pensioni è stato concepito più di mezzo secolo fa, quando la popolazione italiana era più giovane e la durata della vita media più breve. 
 
Nel 1959 la durata della vita media era di 65 anni e mezzo. Oggi è vicina agli 80 anni. 
 
Oggi le persone di più di 65 anni sono il 15% della popolazione, ma nel 2010 saranno il 20% e nel 2025 il 25%. 
 
Inoltre la popolazione italiana, a causa del calo della natalità, sta diminuendo. Nel 2000 eravamo 57 milioni e mezzo, mentre si calcola che nel 2020 saremo 56 milioni e nel 2050 solo 46. 
 
La crescita della durata vita media, il calo demografico e il conseguente invecchiamento della popolazione, se non si cambia sistema pensionistico, fanno sì che chi lavora dovrà contribuire per la pensione di un numero sempre maggiore di anziani. 
 
In questi anni la spesa per le pensioni è cresciuta e, se non si interviene, crescerà progressivamente fino al 2030, come mostra il grafico dove è rappresentata la percentuale costituita dalla spesa per le pensioni sul nostro prodotto interno lordo, cioè sul totale della ricchezza prodotta in un anno. 
 
Come si può vedere, tra dieci anni la spesa per pensioni crescerà per una cifra intorno ai 10 miliardi di euro e tra vent'anni per oltre 20 miliardi di euro. 
 
Si tratta di somme che nessun governo, sia esso di destra o di sinistra è in grado di reperire. 
 
Se si considera, inoltre, che l'allungamento della durata di vita comporta l'incremento della spesa per la salute, si può calcolare che nei prossimi vent'anni, se non riformiamo il nostro sistema, l'incremento della spesa sia pari a 40 miliardi di euro. 
 
Il rischio che corriamo, se dovessimo dare retta a chi ci dice che tutto va bene e non è necessaria la riforma, è quello di non poter pagare le pensioni future, di ridurre pesantemente la spesa per la salute, per la scuola e per altri settori fondamentali del nostro benessere, come la sicurezza. 
 
UNA RIFORMA EQUA 
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La riforma proposta dal Governo Berlusconi è una riforma equa. 
 
Innanzitutto perché non tocca chi oggi è in pensione. I pensionati di oggi continueranno a percepire la loro pensione per tutta la vita, senza che nulla cambi per loro. E dunque possono stare tranquilli. 
 
È una riforma equa perché garantisce i pensionati, garantisce i contributi versati da tutti coloro che oggi lavorano e garantisce i giovani, i quali sarebbero le principali vittime della mancata riforma. Il sistema attuale, proprio perché pensato in un altro momento storico e sociale, penalizzerebbe proprio loro. 
 
Infatti sui giovani, sui nostri figli, cadrebbe il peso della maggiore spesa per pensioni e della minor ricchezza da destinare alla salute, alla scuola e alla sicurezza. Nonché alle future pensioni. 
 
Noi non possiamo permetterci di penalizzare i giovani solo per la paura di cambiare. Dobbiamo pensare che è necessario guardare avanti, al futuro dei nostri figli, così come si fa in ogni famiglia quando si mettono da parte i risparmi per farli studiare e per dare loro un futuro sereno e di benessere. 
 
Anche lo Stato deve pensare al futuro della Nazione, alle giovani generazioni alle quali dobbiamo assicurare almeno lo stesso benessere di cui possiamo godere noi oggi. 
 
La riforma delle pensioni proposta dal Governo Berlusconi è una riforma equa perché offre ai padri e ai figli le stesse opportunità. 
 
UNA RIFORMA SAGGIA 
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La riforma delle pensioni proposta dal governo Berlusconi è una riforma saggia. 
 
Il sistema infatti cambierà con gradualità, dando così a tutti l'opportunità di poter fare i propri conti e prendere le proprie decisioni con piena consapevolezza. 
 
Fino al 2008 chi ha già maturato il diritto di andare in pensione potrà farlo con le stesse regole di oggi. 
 
Solo nel 2008 saranno necessari 40 anni di contributi versati per poter andare in pensione prima di aver compiuto i 65 anni (gli uomini) o i 60 (le donne). 
 
Oggi sono necessari 35 anni di contributi versati per andare in pensione anticipatamente. Si tratta dunque di un piccolo prolungamento della vita lavorativa che darà un grande contributo al benessere di tutti. 
 
Inoltre, indipendentemente dai contributi versati, tutti gli uomini avranno diritto ad andare in pensione all'età di 65 anni, tutte le donne a 60 anni. 
 
Anche in questo caso, se si considera che l'età di pensionamento effettivo oggi è di 59 anni, possiamo vedere che un piccolo prolungamento della vita lavorativa potrà apportare un grande beneficio a tutti. 
 
Dobbiamo considerare inoltre che la più lunga durata di vita e i progressi della medicina e più in generale il benessere che tutti gli italiani hanno costruito, hanno migliorato di molto la nostra vita. Cinquant'anni fa la durata della vita media era di 65 anni. Oggi è di 80 e tutti noi possiamo constatare come una persona di 65 anni sia ancora nel pieno delle sua vitalità. 
 
Sono sempre di più le persone che, raggiunta l'età della pensione, continuano comunque a lavorare, perché sono in condizioni di farlo e perché possono mettere a frutto la loro esperienza. Esperienza che va valorizzata e non accantonata. 
 
La riforma del sistema delle pensioni proposta dal Governo Berlusconi è anche una riforma saggia perché offre un'opportunità straordinaria a chi abbia maturato il diritto alla pensione, ma voglia continuare a lavorare. 
 
Per questi è infatti previsto un aumento di stipendio del 32 per cento, totalmente esentasse. 
 
Si tratta del più cospicuo aumento di stipendio che mai sia stato possibile in tutta la storia d'Italia. 
 
Per esempio, se lo stipendio annuo è di 20 mila euro, l'aumento sarà di 6 mila euro netti. Una cifra molto elevata che consente di accumulare in pochi anni ulteriori risparmi per un sereno futuro.  
 
Una cifra che dà l'idea di quanto, semplicemente lavorando qualche anno di più, il nostro sistema pensionistico può creare risparmi a favore di una sanità migliore, di una scuola migliore, di città più sicure, di servizi pubblici più efficienti. 
 
UNA RIFORMA EUROPEA: IL CASO FRANCIA 
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In Francia il sistema delle pensioni soffriva di mali simili al nostro: aumento della durata di vita, diminuzione della popolazione; con i più una forte disparità tra dipendenti pubblici e dipendenti privati. 
 
Anche in Francia la riforma ha aumentato la durata minima della contribuzione, portandola a 40 anni per tutti (mentre prima, per i dipendenti pubblici, erano sufficienti 37 anni e mezzo). Inoltre è gia previsto che la durata della contribuzione salirà a 41 anni nel 2012 e a 42 anni nel 2020. 
 
Anche in Francia è stato introdotto un sistema di incentivi a restare in attività e ritardare l'inizio della pensione: ogni anno in più di lavoro produrrà il 3% in più di pensione. Mentre chi non avrà raggiunto il minimo richiesto subirà una decurtazione della pensione del 5% per ogni anno mancante. 
 
UNA RIFORMA EUROPEA: IL CASO GERMANIA 
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In Germania il governo rossoverde presieduto da Gerard Schroeder sta affrontando anch'esso la riforma del sistema pensionistico. 
 
Una commissione di esperti nominata dal governo ha formulato alcune proposte: innalzare l'età di pensionamento dagli attuali 65 a 67 anni, a partire dal 2011. 
 
Sono inoltre previste penalizzazioni economiche per chi vada in pensione con meno di 45 anni di versamenti contributivi, e incentivi (pari al 6% all'anno) per coloro che, pur avendo maturato il diritto alla pensione, restino in attività. 
 
CONCLUSIONI 
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La riforma del sistema delle pensioni proposta dal Governo Berlusconi ha come obiettivo il futuro. Un futuro di benessere e di giustizia sociale per gli Italiani. Essa non serve, come si dice, a "far cassa". Perché i futuri risparmi che genererà consentiranno di mantenere un equilibrato sistema di welfare, nel campo della previdenza, così come nella sanità, nella scuola, nell'assistenza ai più bisognosi. La riforma del sistema delle pensioni non cambia di una virgola la situazione dei pensionati attuali e di coloro che, fino al 2008, matureranno il diritto ad andare in pensione. La riforma del sistema delle pensioni mette "d'accordo" i padri con i figli e offre opportunità a tutti. La riforma del sistema delle pensioni è una riforma che allinea l'Italia ai principali paesi europei. 

 

LA RIFORMA DELLE PENSIONI IN SINTESI

Riformare le pensioni oggi per garantirle a tutti anche domani 
 
DAL 2008 
Requisiti per andare in pensione: 
- 65 anni d'età per gli uomini, 60 per le donne  
- 40 anni di contributi indipendentemente dall'età  
- 35 anni di contributi e 57 d'età. La pensione sarà calcolata in base ai contributi effettivamente versati  
 
Il limite dei 40 anni di contributi non varrà per: 
- chi ha esercitato un lavoro usurante o precoce  
- le lavoratrici madri  
- chi assiste disabili  
 
FINO AL 31 GENNAIO 2007 
Fino al 31 gennaio 2007 si potrà andare in pensione con le regole attuali. 
Chi avrà maturato il diritto alla pensione prima del 31 dicembre 2007 avrà diritto al trattamento pensionistico, a prescindere dalle modifiche future. 
 
DAL 2004 
Il dipendente che decide di rinviare il pensionamento pur avendo raggiunto i requisiti potrà scegliere se: 
- Ricevere la totalità dei contributi in busta paga, con un aumento della retribuzione del 32,7% esentasse  
- Versare i contributi all'Inps, per avere una pensione più alta  
- Versare i contributi alla propria previdenza complementare  
 
RIFORMARE LE PENSIONI OGGI PER GARANTIRLE A TUTTI ANCHE DOMANI 
 
La riforma delle pensioni proposta dal governo Berlusconi non tocca chi oggi è in pensione. I pensionati di oggi continueranno a percepire la loro pensione per tutta la vita, senza che nulla cambi per loro.  
 
La riforma vuole offrire ai padri e ai figli le stesse opportunità, garantendo la pensione ai lavoratori di oggi e anche ai giovani che stanno per cominciare a lavorare.  
 
La riforma è necessaria perché l'aumento della durata media della vita, il conseguente invecchiamento della popolazione e il calo demografico fanno sì che chi lavora deve "pagare la pensione" per un numero sempre maggiore di pensionati, con una spesa insostenibile per la finanza pubblica.  
 
Senza riforma si rischia di non poter pagare le pensioni future e di ridurre pesantemente la spesa per la salute, per la scuola e per la sicurezza. I risparmi generati consentiranno di mantenere un sistema equilibrato per la sanità, la scuola, l'assistenza ai più bisognosi.  
 
Sono sempre di più le persone che oggi continuano a lavorare raggiunta l'età della pensione, perché sono in condizioni di farlo e possono mettere a frutto la loro esperienza.  
 
La riforma offre il più cospicuo aumento di stipendio di tutta la storia d'Italia. Dal 2004 chi, pur avendo maturato il diritto alla pensione, decide di continuare a lavorare avrà lo stipendio aumentato del 32,7%, totalmente esentasse.  
 
La riforma si applicherà solo a partire dal 2008. Ciò dimostra che non si vuol "fare cassa" con le pensioni, perché per altri quattro anni il sistema sarà lo stesso di oggi.  
 
La riforma è in linea con l'Europa: Francia, Germania, Gran Bretagna hanno approvato in questi mesi una riforma del loro sistema delle pensioni simile alla nostra.  
 
A differenza di quanto hanno fatto i governi precedenti, il governo Berlusconi con questa riforma delle pensioni compie un atto di coraggio e di responsabilità nell'interesse dei nonni, dei padri e dei figli.  
 
Puoi stampare e distribuire questo documento in formato volantino, scaricandolo in formato PDF da questo collegamento: 
http://www.forza-italia.it/speciali/pensionirif.pdf 

 

 

LA CONVENZIONE EUROPEA, L'IMPEGNO DEL GOVERNO

LA CONVENZIONE EUROPEA, L’IMPEGNO DEL GOVERNO 
 
IL FUTURO DELL’UNIONE EUROPEA 
 
Con la dichiarazione sul futuro dell'Unione il Consiglio Europeo di Nizza del dicembre 2000 ha invitato tutti i Paesi membri ad aprire un ampio dibattito politico sui temi della riforma dell'Unione europea, particolarmente importante in vista del prossimo allargamento a dodici nuovi Stati. 
L'obiettivo fondamentale è quello di promuovere la partecipazione di tutti i cittadini europei alle scelte che riguardano il futuro dell'Unione. 
Il Consiglio europeo di Laeken (14 e 15 dicembre 2001) ha adottato una Dichiarazione che individua alcune grandi questioni intorno alle quali dovrà articolarsi il dibattito per le riforme: 
- una migliore ripartizione e definizione delle competenze dell'Unione europea; 
- la semplificazione degli strumenti legislativi dell'Unione; 
- maggiore legittimità democratica, trasparenza ed efficienza delle istituzioni dell'Unione europea, con una riflessione sul quadro istituzionale dell'Unione e sul ruolo dei Parlamenti nazionali; 
- la semplificazione dei trattati, con la eventuale prospettiva dell'adozione di una Costituzione europea e dell'inserimento della Carta dei diritti nel trattato di base. 
 
LA CONVENZIONE EUROPEA 
 
Per la prima volta l'elaborazione delle proposte di riforma è stata affidata ad una Convenzione rappresentativa delle principali istituzioni nazionali e comunitarie (parlamenti e Governi nazionali, Commissione europea e Parlamento europeo).  
La Convenzione ha tenuto la seduta inaugurale il 28 febbraio 2002. Il calendario dei lavori è stato particolarmente intenso: 26 riunioni plenarie con 1.812 interventi durati 5.436 minuti e 5.995 emendamenti presentati.  
Il 10 luglio 2003, alle ore 13,30, dopo 15 mesi di lavoro, il Presidente Giscard D'Estaing ha dichiarato la chiusura dei lavori della Convenzione, che ha raggiunto il traguardo per cui era nata: il Presidente ha presentato il progetto definitivo della Carta Costituzionale europea. 
Il progetto di Trattato costituzionale adottato dalla Convenzione dovrà essere sottoposto all'esame della Conferenza Intergovernativa (CIG) che verrà convocata durante il semestre di Presidenza italiana dell'Unione (1° luglio- 31 dicembre 2003), mentre rimane ancora da definire la questione della sua conclusione entro il 2003 al fine di evitare il cosiddetto ingorgo costituzionale previsto per il 2004 (scadenza del mandato dell'attuale Commissione europea, elezioni del parlamento europeo e ingresso dei dieci nuovi Stati membri). 
 
UN AGGIORNAMENTO SUI LAVORI 
 
Il primo importante risultato raggiunto dalla Convenzione è stato quello di superare i pilastri stabiliti con il Trattato di Maastricht per giungere alla formazione di un unico quadro istituzionale, dotando l'Unione europea di personalità giuridica unica: questo consente al rappresentante dell'Unione europea di giocare un ruolo di primissimo piano nell'ambito delle grandi organizzazioni internazionali. 
Dopo aver affrontato le questioni di carattere generale, senza troppi problemi grazie alla possibilità di trovare in modo abbastanza agevole elementi di sintesi che potessero soddisfare le esigenze di ognuno, la Convenzione si è trovata, alla fine del suo lavoro, ad affrontare le riforma degli organi istituzionali, e quella dei meccanismi di voto, che hanno rappresentato uno scoglio difficile da superare.  
Il Presidente della Commissione Romano Prodi ha duramente contestato le proposte del Presidente della Convenzione. 
Le proposte del presidente Giscard d'Estaing su cui è stato più difficile per la Convenzione trovare un accordo tra i suoi componenti riguardano la presidenza del Consiglio europeo, la composizione della Commissione, il ministro degli Esteri dell'Unione e il calcolo delle maggioranze ed il tipo di voto (unanimità o maggioranza più o meno qualificata, secondo la materia oggetto del voto).  
L’ultima bozza di preambolo presentata richiama i "retaggi culturali, religiosi e umanistici", senza menzionare apertamente il Cristianesimo, come era stato richiesto dal Papa e, tra gli altri europarlamentari, dagli italiani Fini e Tajani. Il modello "federale" è stato sostituito da quello "comunitario".  
 
LE PROSSIME TAPPE DELLA COSTITUZIONE EUROPEA: 
 
18 luglio 2003: il presidente della Convenzione Giscard D'Estaing presenterà la versione definitiva della Carta europea a Silvio Berlusconi, presidente di turno dell'Unione. 
15 ottobre 2003: a Villa Giulia a Roma si apre la CIG incaricata di valutare ed emendare le proposte della Convenzione. 
1° maggio 2004: presumibilmente dopo questa data avverrà la firma definitiva sulla carta Costituzionale. 
Le più importanti riforme istituzionali dell’Unione Europea contenute nella nuova Costituzione: 
Consiglio Europeo: 
Attualmente: imposta la politica UE e approva con il Parlamento le norme europee. E' composto dai Capi di Stato e di governo dei 15, con la Presidenza che ruota ogni sei mesi. 
Proposta: mantiene le sue prerogative. Il Presidente dura in carica due anni e mezzo e può essere rieletto una sola volta. Partecipano al Consiglio anche il presidente della Commissione e il ministro degli Esteri dell'Unione (eletto a maggioranza dal Consiglio europeo d'accordo con il presidente della Commissione), nuova figura che riunisce in sé i poteri di Mister Pesc-Javier Solana e Relex-Chris Patten, oltre ad essere il vicepresidente della Commissione. Coordinerà i lavori del Consiglio europeo un "board Council" di sette membri, composto dal presidente, dal vice, dal ministro degli esteri e da quattro ministri o capi di governo scelti a rotazione.  
Commissione:  
Attualmente: salvaguarda l'interesse generale europeo, veglia sull'applicazione delle norme UE, svolge funzioni di proposta, coordinamento ed esecuzione. E' formata da 20 membri, due per ognuno dei "grandi Paesi" (Italia, Francia, Germania, Inghilterra, Spagna) e uno per gli altri 10. 
Proposta: Commissione a 15 membri. Composta dal presidente (eletto a maggioranza dall'Europarlamento su proposta del Consiglio europeo), due vice e dodici membri a rotazione, può essere assistita da non più di 15 commissari delegati. Ogni Stato membro designa tre nomi, di cui almeno una donna, e il presidente sceglie tenendo contro degli equilibri politici e geografici. 
Parlamento: 
Attualmente: 626 membri. Esercita il potere legislativo insieme al Consiglio europeo. 
Proposta: 732 membri, non più di quattro per ogni Paese. Viene potenziato il suo ruolo con un aumento dei poteri di co-decisione, e ha l'ultima parola su tutte le spese dell'Unione. 
 
INIZIATIVE PER L’ALLARGAMENTO DEL DIBATTITO 
 
Affinché il dibattito sia ampio e coinvolga l'insieme dei cittadini, è stato aperto un Forum per le organizzazioni che rappresentano la società civile (parti sociali, organizzazioni non governative, ambienti accademici, ecc.). 
I Presidenti Pera e Casini hanno attivato il dibattito in Italia promuovendo il 30 novembre 2001, nell'Aula di Montecitorio, la manifestazione "Per l'avvenire dell'Europa" (vedi sito www.camera.it) finalizzata a dare impulso e coordinare programmi di iniziative sul progetto di Europa.  

 

 

LA FECONDAZIONE MEDICA ASSISTITA, IL PROGETTO DI LEGGE

LA FECONDAZIONE MEDICALMENTE ASSISTITA, IL PROGETTO DI LEGGE 
 
Prima i numeri del fenomeno: 
- 7.000 i bambini nati ogni anno grazie alle tecniche di fecondazione assistita. Il 95% viene concepito attraverso la fecondazione omologa, cioè con gameti dei genitori; il 5% attraverso la fecondazione eterologa, vale a dire con la donazione di un gamete da parte di un terzo esterno alla coppia; 
 
- 50.000 le coppie infertili, pari al 15-18% delle coppie italiane; 
- 384 i centri antisterilità censiti dal Registro dell’Istituto superiore di sanità sulla fecondazione medicalmente assistita; 
- 24.276 gli embrioni congelati custoditi nei centri specializzati e appartenenti a 5.022 coppie che si sono sottoposte alla fecondazione artificiale. Poiché la nuova legge vieta il congelamento degli embrioni, l’Istituto superiore di sanità dovrà decidere cosa fare di quelli congelati. 
La materia soffre di mancanza di norme per la sua regolamentazione. L'unico dispositivo giuridico primario in vigore è la legge 145/2001, che ha ratificato la Convenzione sui diritti dell’uomo e sulla biomedicina redatta ad Oviedo il 4 aprile 1997 ed il relativo Protocollo addizionale del 12 gennaio 1998, n. 168. 
Il disegno di legge predisposto dal Governo per regolamentare la materia stabilisce che: 
 
- sono riconosciuti i diritti del nascituro; 
- il ricorso alle tecniche di fecondazione artificiale è consentito dopo che altri rimedi contro la sterilità si sono dimostrati inefficaci; 
- è possibile creare un embrione solo se seme e ovulo provengono dalla coppia. No alla fecondazione eterologa nei centri pubblici e privati; 
- è vietato produrre più di tre embrioni, che devono essere immediatamente ed insieme trasferiti nell’utero della donna. Deroga solo in caso di problemi di salute della donna che impongono di rimandare il trasferimento. È vietato l’aborto selettivo; 
 
- possono accedere alle tecniche solo coppie di maggiorenni sposati o conviventi, di sesso diverso, in età potenzialmente fertile. 
Approvato alla Camera dei Deputati, il disegno di legge è attualmente all’esame del Senato (XII Commissione).  
 
L’aumento e l’uso sempre più frequente delle tecniche di riproduzione medicalmente assistita rende necessario e non più procrastinabile il varo di una legge di regolamentazione della materia. 
Infatti, contro le opinioni di chi giudica in modo negativo questo disegno di legge, vale la pena ricordare che una materia di così grande importanza è "normata"attualmente, oltre che dalla legge di ratifica 145/2001 di cui facciamo cenno nella scheda, da: 
 
- un paio di circolari ministeriali, 
- un vecchio divieto dell’ex ministro della sanità Degan,  
- un articolo del codice deontologico dei medici,  
- qualche parere da parte di comitati di bioetica e giuristi.  
I criteri che hanno ispirato il disegno di legge sono: 
 
- l’ultima ratio, cioè il ricorso alla procreazione artificiale solo quando, per ragioni patologiche, non si possono seguire le vie naturali;  
- la non mercificazione delle funzioni fondamentali del corpo umano, impedendo che gli interessi economici legati alla ricerca scientifica, e non solo, possano soffocare regole ed esigenze di carattere etico; 
- il rifiuto del principio di consequenzialità, cioè l’evitare di cadere in una specie di "scivolo etico" che porta ad obiettivi inaccettabili, quali l’ottimizzazione della procreazione (non un figlio ma un figlio con determinate caratteristiche), la compravendita di capacità riproduttive, la produzione di embrioni con finalità non di procreazione, ma di mercato.  
 
La votazione alla Camera ha dimostrato che il disegno di legge è un tipico esempio di provvedimento trasversale, che non vede cioè il voto a favore di una maggioranza politica contrapposto al voto contrario di una minoranza politica, ma il voto a favore o contrario di deputati appartenenti ad una parte o all’altra, secondo coscienza. 
 
Ora alcune risposte ai critici della nostra proposta di legge: 
 
-È una legge talebana, contro la procreazione e contro le donne. 
 
È invece una legge in favore delle donne, delle coppie e del nascituro. È una legge per la vita. Oggi le donne non sono tutelate da alcuna legge, sono alla mercé di chiunque, esposte a trattamenti invasivi. Questa legge è il primo passo avanti per difendere chi accede alla procreazione artificiale. 
 
-È una legge confessionale. 
 
È una legge laica. Se in alcuni passaggi i valori etici scelti sono vicini o coincidenti con quelli della Chiesa non significa che sia una legge cattolica, né tanto meno integralista. Oltretutto la Choesa non è d’accordo nemmeno con la fecondazione “in vitro”. 
 
-Sono norme antilibertarie, lesive dei diritti del singolo che vuole essere genitore. Alcune categorie sono penalizzate: singles, omosessuali, coppie sterili. 
 
È stato privilegiato l’angolo di visuale secondo cui il primo bene da proteggere è quello del concepito e quindi del bambino e per cui il suo diritto alla vita ed il suo diritto alla famiglia devono trovare riconoscimento anche nel confronto con il desiderio, pur nobile, di adulti di avere un figlio. 
È difficile giudicare che cosa è giusto in una materia così complessa che coinvolge chi non c’è ancora. Si legge spesso di coppie con un figlio malato che ne mettono al mondo un altro per avere un donatore di tessuti con cui curare il primo. È giusto o è sbagliato? È forse un gesto d’amore, quello dei genitori e dello stesso fratello. 
 
-Vietare la maternità surrogata significa creare ulteriori difficoltà alle donne che già soffrono per essere sterili. 
 
La maternità surrogata, vietata anche dal codice di deontologia medica approvato dalla federazione nazionale degli Ordini dei medici nel 1998, è umanamente abnorme, poco praticabile nel nostro ordinamento sociale e provocherebbe un mercato vergognoso di “mamme in affitto". 
È assurdo riconoscere soggettività e dignità di persona all’embrione. 
Lo stesso Comitato nazionale di bioetica, in un documento del 12 luglio 1996, affermava: “Il comitato è pervenuto unanimemente a riconoscere il dovere morale di trattare l’embrione umano, sin dalla fecondazione, secondo i criteri di rispetto e tutela che si debbono adottare nei confronti degli individui umani a cui si attribuisce comunemente la caratteristica di persona.” 
 
-Proibire la fecondazione eterologa in nome della naturalità dei genitori significa negare i valori dell’adozione. 
 
La fecondazione eterologa crea di fatto due figure di genitori: quelli biologici che forniscono il materiale genetico e quelli legali che alleveranno il bambino. L’adozione ha il fine di dare dei genitori al bambino che ne è privo, rimediando al male dell’abbandono. La fecondazione eterologa legalizzerebbe l’irresponsabilità dei genitori biologici e l’abbandono lasciando ragionevolmente prevedere rischi psicologici per i figli. 
La proposta del centrosinistra presentata nella scorsa legislatura appariva migliore da molti punti di vista. 
Il disegno di legge approvato alla Camera ed ora in esame al Senato riporta pressoché lo stesso testo della precedente legislatura. 

 

 

UN ANNO DI SPERIMENTAZIONE DELLA RIFORMA MORATTI

UN ANNO DI SPERIMENTAZIONE DELLA RIFORMA MORATTI 
 
CHI PARTECIPA 
Nell'anno scolastico 2002/2003 hanno partecipano alla sperimentazione circa 250 scuole. Gli istituti interessati sono stati laboratori di ricerca della riforma degli ordinamenti scolastici. La sperimentazione ha riguardato la scuola elementare e la scuola dell’infanzia. Il test ha esaminato i principali aspetti del nuovo modello di istruzione: maestro tutor, portfolio, studio dell’inglese e delle nuove tecnologie nella prima elementare, e la possibilità di frequenza anticipata nella scuola dell’infanzia. 
 
VERIFICHE 
La sperimentazione è stata monitorata da osservatori a livello nazionale e regionale che hanno sostenuto le varie iniziative, assistendo le scuole nelle scelte. 
Le stesse famiglie hanno potuto verificare il raggiungimento degli obiettivi didattici già a partire dal primo anno. Alla fine del primo anno delle elementari, per esempio, il team dei docenti dove aver percorso un certo cammino con i propri alunni: accenti, scansione delle sillabe, qualche elemento di punteggiatura, le doppie, le parole tronche.  
 
RAFFRONTI 
Poco dopo la chiusura dell'anno scolastico, il Ministero dell'Istruzione ha reso pubblica una relazione relativa alla sperimentazione svolta nell'anno 2002/2003.  
Le indicazioni consentono di fare dei raffronti tra le varie scuole e permettono di valutare il fondamentale apporto di insegnanti e genitori nell'intraprendere la strada dell'innovazione e dell'insegnamento di qualità. 
 
RIFORMA FLESSIBILE 
Libertà alle scuole. Ogni istituto era libero di scegliere se aderire a tutte le parti della riforma o solo ad alcune. Con esclusione dell’anticipo di frequenza, tutte le scuole potevano aderire ad alcuni aspetti della sperimentazione. 
 
FREQUENZA ANTICIPATA 
Alle scuole sperimentali potevano essere iscritti i bambini che avevano compiuto 3 anni (per la scuola dell’infanzia) e 6 anni (per la scuola elementare) entro il 28 febbraio 2003.  
 
MAESTRO PREVALENTE 
Sono state valorizzate le esperienze didattiche più vicine alla linea del maestro prevalente: un insegnante che ha funzioni di coordinatore del team docente e di tutor verso gli alunni, che cura la continuità educativa del bambino, con una presenza in classe preferibilmente tra le 18 e 21 ore settimanali. Un insegnante che è punto di riferimento per le famiglie. 
 
SPERIMENTAZIONE E MAESTRO PREVALENTE 
La sperimentazione del “maestro prevalente” ha fatto tanto infuriare i sindacati. 
Prevede un solo maestro che seguirà la classe per un minimo di 18 ore e un massimo di 21 ore. 
Il maestro (o la maestra) sarà il principale interlocutore delle famiglie a lui si affiancheranno altri colleghi per l’insegnamento dell’inglese e dell’informatica. 
Nel medesimo plesso scolastico ci saranno insegnanti utilizzati su più classi e per le medesime materie ottenendo così un indubbio, migliore e razionale utilizzo degli organici.  
Sicuramente ne trarrà beneficio anche la relazione educativa maestro-allievo, e l’Italia si avvicinerà al contesto Europeo rispetto al rapporto docenti alunni che da noi è di 1 a 9,15 contro la percentuale comunitaria che è attualmente di 1 a 15.  
 
PORTFOLIO 
Al maestro prevalente spetta la compilazione del portfolio delle competenze individuali. Il portaolio consiste in un documento personale che accompagnerà il bambino per tutta la sua vita scolastica e conterrà tutte le informazioni importanti sulle sue attitudini, sulle competenze dimostrate e sul suo percorso di crescita, utili ai fini del suo orientamento e della sua valutazione. 
 
GRUPPO 
La vita della scuola non ruota soltanto intorno alla classe. La sperimentazione introduce un’organizzazione per gruppi. Al gruppo-classe se ne potranno affiancare altri costruiti secondo la logica dei livelli, come un insieme di bambini con le stesse capacità in inglese che prescinde dall’età e dall’appartenenza a una stessa classe. O secondo la logica dei compiti, come un insieme di bambini, per esempio, interessati al teatro.  
 
SELEZIONE 
Il Ministero ha ricevuto un elevato numero di richieste da parte di scuole desiderose di partecipare alla sperimentazione. 
Nella scelta si è tenuto conto delle disponibilità di strutture e personale. 
 
COMPUTER 
Fra i circoli scolastici candidati sono stati privilegiati quelli che hanno già installato un collegamento telematico su linea Isdn che consente di scaricare più velocemente dati e un uso del computer più agevole. 
 
INGLESE 
Fra i criteri adottai per la selezione c’è stata anche la disponibilità nell’istituto di docenti in grado di insegnare la lingua inglese.  
 
LABORATORI 
La scelta ha privilegiato quelle scuole che hanno disponibilità di laboratori. Vi sono state svolte attività con gli insegnati che hanno maggior tempo disponibile. 
 
 

 

 

LA SOSPENSIONE DELLA PENA

LA SOSPENSIONE DELLA PENA 
 
UN PROVVEDIMENTO CHE NON RIGUARDA I DETENUTI PIU’ PERICOLOSI 
Il provvedimento prevede la sospensione condizionata della pena, questo "alleggerimento" della detenzione non vale per tutti, non si applica a chi ha commesso i reati più gravi, dall'associazione di tipo mafioso a quella sovversiva, dall'omicidio al sequestro di persona, dalla violenza sessuale alla prostituzione minorile. Non si tratta di un indulto perché la legge non cancella la pena, pur in una sola parte, ma la sospende, l'ex detenuto torna a scontare la pena se ricomincia a delinquere. 
 
SPINGE IL DETENUTO AD UN COMPORTAMENTO VIRTUOSO 
La sospensione è "condizionata", chi ne beneficia deve rispettare precisi obblighi e non deve commettere reati per i cinque anni successivi all'uscita dal carcere. Solo alla fine dei cinque anni la buona condotta viene premiata con la cancellazione dei tre anni di detenzione.  
 
RAGIONI UMANITARIE E DI SICUREZZA 
Questo provvedimento risponde sia a ragioni umanitarie, favorendo la riduzione della pena e il miglioramento delle condizioni nelle carceri, sia a ragioni di certezza della pena e di sicurezza, escludendo dalla sospensione gli autori dei reati socialmente più pericolosi.  
Si tratta di un provvedimento equilibrato, di certo non un messaggio di debolezza nei confronti di chi attenta alla sicurezza dei cittadini onesti. 
 
STATO FORTE E ATTENZIONE ALL’UOMO 
Solo uno Stato debole si nasconde dietro una granitica durezza e ha paura di mostrare umanità verso coloro che rappresentano concretamente il segno tangibile dei suoi stessi errori. Solo la fiducia nell’uomo può consentire alla società il recupero di tutte le sue energie personali e di non estromettere definitivamente dalla vita civile quelle di loro che si dibattono nella emarginazione. 
 
LA SITUAZIONE NELLE CARCERI 
Gli istituti penitenziari italiani ospitano circa 15.000 detenuti in eccesso e si avvicinano al superamento della soglia totale di tolleranza (sono sufficienti altri 2000 detenuti).  
Il governo ha stanziato 4.400 milioni di euro per l'edilizia carceraria. Nell'immediato è importante fare qualcosa per evitare che la situazione, già grave, si faccia esplosiva. 
 
CITTADINI SICURI  
Uno forza di governo responsabile deve saper coniugare la sicurezza dei cittadini con l'esigenza di un provvedimento limitato che favorisca lo sfoltimento delle carceri.  
La legge di sospensione della pena approvata dal Parlamento, con i precisi limiti che lo contraddistinguono, risponde a questa duplice esigenza. 
 
SOSPENSIONE DELLA PENA 
I giornalisti definiscono il provvedimento "indultino" mentre bisognerebbe parlare di sospensione condizionata della pena. L'indulto cancella la pena, questo provvedimento, invece, la sospende ed è molto vicino alla categoria delle pene alternative, già presenti nel nostro codice.  
Si tratta di una sospensione "condizionata": chi ne beneficia deve rispettare le prescrizioni previste e non deve commettere reati nei 5 anni successivi all'uscita dal carcere. 
 
CHI USCIRA’ DAL CARCERE 
Uscirà dal carcere solo un ristretto numero di persone che non hanno commesso reati particolarmente gravi e ogni caso sarà valutato singolarmente. 
Una volta usciti, resteranno sotto stretto controllo, un controllo che mira a garantire che questi soggetti si inseriscano nel tessuto sociale e non abbiano solamente il crimine come unica alternativa.  
 
SOSPENSIONE DI DUE ANNI 
Le norme prevedono che siano sospesi gli ultimi due anni della pena per chi ha scontato almeno metà della condanna. 
La sospensione può essere disposta una sola volta e ne sono comunque esclusi i reclusi sottoposti a un regime di sorveglianza particolare e coloro i quali non abbiano avuto una buona condotta in carcere. 
 
PRESCRIZIONI 
I beneficiari della sospensione, pena il rientro in carcere, dovranno osservare alcune condizioni:  
obbligo di presentarsi all'ufficio di polizia, obbligo di non allontanarsi dal comune di residenza o di lavoro, divieto di espatrio. Naturalmente non dovranno commettere reati. 
 
CHI RESTERA’ IN CARCERE 
Non usufruiranno della sospensione della pena coloro che sono stati condannati per reati gravi come: 
terrorismo, strage, sequestro di persona, associazione mafiosa, riduzione in schiavitù, violenza sessuale, pedofilia, prostituzione o pornografia minorile, rapina aggravata, estorsione aggravata, traffico di sostanze stupefacenti. 
 
CHI NON RISPETTA LE PRESCRIZIONI 
Un detenuto che usufruisce della sospensione della pena, se dovesse commettere un altro reato o dovesse violare una delle prescrizioni impostegli all'atto della liberazione (ad esempio inosservanza dell'obbligo di presentazione all'ufficio di polizia) finirà di nuovo in carcere e dovrà scontare per intero la sua pena. 
 

 

 

LA POLITICA DEL GOVERNO SULL'IMMIGRAZIONE

LE MODIFICHE INTRODOTTE ALLA LEGGE SULL’IMMIGRAZIONE  
 
I punti salienti dell'intervento di rettifica normativa e le ragioni che hanno indotto il Governo a proporre la modifica della legge sull’immigrazione varata nella passata legislatura dal centrosinistra (legge n. 40 del 1998, cosiddetta Turco-Napolitano) sono quattro:  
- il collegamento di un lavoro certo al permesso di soggiorno;  
- l'effettività del sistema delle espulsioni;  
- un maggiore rigore nei confronti dei trafficanti di uomini;  
- nuove disposizioni per evitare la strumentalizzazione dell'asilo. 
 
PRIMO PUNTO: IL LAVORO 
 
A differenza di quanto è stato sostenuto dall'opposizione, ciò che è previsto in questa legge ci avvicina all'Europa molto più di quanto avveniva con la Turco-Napolitano. La Bossi-Fini si richiama ad una proposta di direttiva che sarà adottata nei prossimi mesi. 
della proposta di direttiva si dà una interpretazione del permesso di soggiorno al lavoratore subordinato come permesso che consente al cittadino extracomunitario di entrare e risiedere nel territorio per esercitare un'attività di lavoro. Per ottenere il permesso di soggiorno si prevede in modo particolare che sia stato stipulato un contratto di lavoro per una specifica attività per la quale lo straniero possegga le capacità necessarie e che l'assunzione dello straniero risponda ad effettive esigenze economiche del mercato dell'Unione europea.  
 
SECONDO PUNTO: L’ESPULSIONE 
 
La nuova normativa distingue tra chi vuole entrare in Italia in modo regolare, chi entra in Italia clandestinamente (in questo caso si prevede il meccanismo dell'espulsione) e chi entra in Italia per commettere delitti, e in questo caso è necessario un maggiore rigore nel trattamento sanzionatorio. 
Cosa significa effettività dell'espulsione? Significa dilatare il sistema di espulsione con accompagnamento nello Stato di provenienza; significa ridurre ad ipotesi marginali il sistema dell'espulsione per intimazione, quel sistema cioè che finora ha fatto restare in Italia decine di migliaia di stranieri ai quali è stato consegnato semplicemente un foglietto. 
È ovvio che l'effettività dell'espulsione ha come elemento principale la cooperazione con i Paesi dai quali proviene il maggior flusso di clandestini. A raggiungere questo obbiettivo è finalizzato l'articolo 1 della legge, che in qualche modo condiziona la cooperazione, sul piano internazionale, alla collaborazione da parte di questi Stati sul fronte dei piani di riammissione dei clandestini e della lotta al traffico di uomini. 
 
TERZO PUNTO: MAGGIORE RIGORE VERSO I TRAFFICANTI DI UOMINI 
 
La legge prevede delle sanzioni più rigorose nei confronti dei trafficanti di uomini che, anche sotto il profilo del trattamento penitenziario, vengono parificati ai responsabili di delitti di tipo mafioso e contiene alcune disposizioni in materia di asilo tese ad evitare non che chi chiede il riconoscimento dello status di rifugiati non lo ottenga, bensì la strumentalizzazione della richiesta d'asilo. 
 
QUARTO PUNTO: EVITARE LA STRUMENTALIZZAZIONE DELL’ASILO 
 
Il Governo immaginava un intervento quadro di tipo organico in materia di asilo. Ha però ritenuto indilazionabile inserire, in una disciplina riguardante l'immigrazione e la prevenzione e il contrasto dell'immigrazione clandestina, alcune disposizioni tese ad impedire tale strumentalizzazione. La legge si ispira ai principi indicati nella proposta di direttiva 578 del 20 settembre 2000[già 2000/238 (CNS) recante norme minime per le procedure applicate negli stati membri ai fini del riconoscimento e della revoca dello status di rifugiato] e rispetta quanto disposto dalla Convenzione di Ginevra e dalla Convenzione di Dublino in materia di diritto di asilo. 
 
LE MODIFICHE INTRODOTTE AL CONTRATTO DI LAVORO/SOGGIORNO 
 
1. Il contratto di soggiorno per lavoro subordinato è condizione essenziale per il rilascio del permesso di soggiorno nel territorio dello Stato. La durata del permesso di soggiorno per lavoro viene commisurata alla durata del relativo contratto di soggiorno per lavoro.  
2. Il contratto di lavoro deve garantire allo straniero adeguato alloggio (spese a suo carico) e copertura delle spese di rientro nel paese d’origine. 
3. E’ prevista la verifica dell’assenza di domanda di lavoro da parte di soggetti italiani o comunitari 
4. Il datore di lavoro, anche in caso di disponibilità di lavoratori italiani o comunitari, mantiene la possibilità di assumere nominativamente uno straniero con rapporto di lavoro subordinato a carattere stagionale 
5. Diminuzione da dodici a sei mesi del periodo minimo di durata di iscrizione nelle liste di collocamento  
6. Limite annuale massimo di ingresso degli stranieri che svolgono attivita’ sportiva a titolo professionistico o comunque retribuita 
7. La frequenza ai corsi di formazione professionale effettuati nell’ambito di programmi bilaterali o multilaterali costituisce titolo preferenziale per l’assunzione del lavoratore straniero in aziende italiane operanti in Italia o nel territorio di origine  
8. La determinazione delle quote di ingresso per motivi di lavoro viene predisposta anche con decreti infrannuali in base ai dati sull’effettiva richiesta di lavoro. 
9. In caso di mancata emanazione del decreto quest’ultimo può essere sostituito da un D.P.C.M (Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri) transitorio che può abbassare quota di ingressi rispetto all’anno precedente 
10. Sono previste quote riservate ai lavoratori di origine italiana residenti in paesi non comunitari.  
11. La soppressione dell’istituto dello sponsor.  
12. Disposizioni per favorire l’emersione del lavoro irregolare. 

 

 

LA RIFORMA DEI PERCORSI UNIVERSITARI

LA RIFORMA DEI PERCORSI UNIVERSITARI 
 
Sono iniziate le procedure per la revisione del Regolamento n. 509 del 1999. Il sistema cosiddetto del 3+2 è sostanzialmente confermato. Vengono però introdotti alcuni correttivi per garantire una maggiore flessibilità e porre rimedio ad alcune disfunzioni rilevate fin dalla prima fase di attuazione della riforma dell'Ulivo. 
 
PIU’ FONDI PER I GIOVANI 
È stato istituito un fondo per gli studenti che consentirà l'assegnazione di 3.500 borse Socrates-Erasmus e 5.000 nuove borse di ricerca, di dottorato e post-dottorato. 
 
UNIVERSITA’ A DISTANZA 
Anche in Italia ci si potrà laureare a distanza, mediante Internet. È operativo, il decreto del ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, emanato di concerto con il ministero per l'Innovazione e le Tecnologie, che stabilisce i criteri e le procedure di accreditamento dei corsi di studio a distanza delle università statali e non statali e delle istituzioni universitarie abilitate a rilasciare titoli accademici. 
 
MODIFICA DEL 3 + 2 
Il cosiddetto 3+2 è stato introdotto dal ministro Ortensio Zecchino, è costituito da un primo triennio (laurea) e da un successivo biennio (laurea specialistica).  
Il 3+2 ha suscitato molte perplessità ed è stato da più parti accusato di minare l'eccellenza degli studi universitari. A Giurisprudenza, ad esempio, solo una minoranza ha optato per il 3+2. 
 
PERCORSO A Y 
Cosa cambia con la revisione dei percorsi? Gli studenti verranno immatricolati alle classi di laurea e, dopo una formazione di base comune di almeno 60 crediti formativi universitari (Cfu), saranno orientati dalle Università alla scelta tra un percorso professionalizzante (ulteriori 120 crediti) o, in alternativa, un percorso di studio metodologico e di base (stesso numero di crediti).  
 
LAUREA MAGISTRALIS 
La laurea di secondo livello, precedentemente denominata specialistica, viene ridenominata "laurea magistralis". Ad essa corrispondono 120 crediti. Ai percorsi di "laurea magistralis" si può accedere con il possesso della laurea sulla base di criteri definiti dagli atenei.  
 
1+2+2 
- Primo anno di base (60 crediti) 
- Biennio professionalizzante o biennio metodologico (120 crediti)  
Laurea 
- Biennio specialistico (120 crediti) 
Laurea magistralis 
 
GIURISPRUDENZA E MEDICINA 
Nelle facoltà giuridiche il 3+2 è stato accolto tra le polemiche. La riforma prevede l'1+2 per gli studenti che scelgono una laurea professionalizzante e l'1+2+2 per i livelli di preparazione elevata. 
A differenza delle altre facoltà, è previsto anche l'1+4 ovvero un percorso di studi destinato a coloro che desiderano avere una formazione unitaria, come chi intende intraprendere la professione di notaio o la carriera in magistratura. 
Anche per Medicina, date le sue peculiarità, è previsto un percorso distinto. 
 
DOTTORATI, MASTER, CORSI DI PERFEZIONAMENTO  
Vengono mantenuti i dottorati di ricerca (laurea doctoralis) e i master di primo e secondo livello; le università possono inoltre istituire corsi di perfezionamento scientifico e corsi di alta formazione permanente e ricorrente.  
 
IL SUPPLEMENTO AL DIPLOMA 
I titoli di studio (laurea e laurea magistralis) dovranno essere corredati, al momento del rilascio, del "supplemento al diploma". Il "supplemento di diploma" certificherà la carriera dello studente in coerenza con quanto avviene negli altri Paesi d'Europa, consentendo una maggiore trasparenza dei curricula, anche ai fini di un più efficace inserimento nel mondo delle professioni, e una maggiore mobilità in tutti gli atenei d'Europa.  
 
CHI HA CONSEGUITO UN DIPLOMA UNIVERSITARIO 
Anche coloro che sono in possesso del diplomi universitari di durata triennale (Du) conseguiti a seguito della legge 341/1990 potranno accedere direttamente ai corsi di "laurea magistralis" senza dover preventivamente acquisire la laurea.  
 
AUTONOMIA DEGLI ATENEI 
A livello nazionale verranno vincolate le attività didattiche di base e caratterizzanti da un minimo di 50 a un massimo di 65 per cento dei crediti formativi, lasciando agli atenei piena autonomia nella definizione della residua percentuale dei crediti formativi. Gli atenei dovranno indicare i crediti riservati agli studenti, le attività di tirocinio e stages, l'apprendimento delle lingue e dell'informatica e le attività per l'inserimento nel mondo del lavoro.  
 
UNIVERSITA’ E MERCATO 
Viene ribadita e ulteriormente accentuata la necessità che gli atenei definiscano la progettazione dei corsi in stretta aderenza alle esigenze del mercato del lavoro e delle professioni ed in funzione, pertanto, degli sbocchi professionali.  
 
IL TITOLO DI DOTTORE 
Viene infine confermato che ai laureati di primo livello spetta il titolo di "dottore", ai possessori della "laurea magistralis" spetterà il titolo di "dottore magistrale" e ai possessori del dottorato di ricerca il titolo di "dottore di ricerca". 
 
L'ITER DEL DECRETO 
Il testo delle modifiche al Regolamento n. 509 del 1999 è stato trasmesso, per l'acquisizione dei pareri, al Cun (Consiglio universitario nazionale), alla Crui (Conferenza dei rettori delle università italiane), al Cnsu (Consiglio nazionale degli studenti universitari), e al Cnvsu (Comitato nazionale di valutazione del sistema universitario). L'iter prevede successivamente il parere del Consiglio di Stato e delle Commissioni VII di Camera e Senato. Dopo la registrazione della Corte dei Conti il Regolamento sarà pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale. 

 

 

L' AFFARE TELEKOM SERBIA

L'AFFARE TELEKOM SERBIA 
 
LA DENUNCIA 
Il 16 febbraio 2001, esce su "La Repubblica" un articolo dal titolo "Le tangenti di Milosevic" a firma dei giornalisti Giuseppe D’Avanzo e Carlo Bonini. E' la prima parte (gli altri due articoli saranno pubblicati il 17 ed il 18 febbraio 2001) di un’inchiesta che ricostruisce i retroscena dell’operazione Telekom Serbia. 
 
LO SCANDALO 
Nel giugno 1997 la Telecom Italia, guidata da Tomaso Tommasi di Vignano (all’epoca Telecom era di proprietà pubblica del Ministero del tesoro) acquisisce il 29% della società Telekom Serbia al prezzo di 878 miliardi di lire. Il Governo di allora era così composto: Presidente del Consiglio Romano Prodi, Ministro del tesoro Carlo Azeglio Ciampi, Ministro degli esteri Lamberto Dini, Sottosegretario agli esteri per i Balcani Piero Fassino. L’operazione è annunciata da Lamberto Dini. Il 3% di questa somma sparisce in conti esteri. 
 
I RAPPORTI TRA ITALIA E SERBIA 
I "facilitatori", come erano chiamati in Telecom coloro che tenevano i rapporti con la controparte, erano:  
l’ex ambasciatore serbo presso la Santa Sede Dojcilo Maslovaric,  
l’ex ministro degli esteri inglese (nonché amico di Milosevic) Douglas Hurd, che per il suo disturbo riceverà 32 miliardi di vecchie lire; 
il conte Gianni Vitali;  
il professor Srdja Dimitrievic, detto "l’ippopotamo", al quale sarà corrisposta una somma equivalente a 17 miliardi di vecchie lire attraverso un’impresa di sua proprietà (Mak Environment di Skopje).  
 
L’INCHIESTA 
Il 18 febbraio 2001 il procuratore capo di Torino (sede di Telecom) Marcello Maddalena apre un’inchiesta, tesa ad accertare eventuali responsabilità. Il reato ipotizzato è falso in bilancio e corruzione. Gli indagati sono: Tomaso Tommasi di Vignano e Giuseppe Gerarduzzi, ambedue amministratori di Telecom Italia.  
 
IL CASO IN PARLAMENTO 
Il ministro degli esteri Lamberto Dini interviene alla Camera ed al Senato negando di essere coinvolto nell’"affaire". Preannuncia azioni legali contro i due giornalisti affermando che si tratta di ricostruzioni arbitrarie e fantasiose, piene di illazioni, deduzioni ed errori. 
 
LA COMMISSIONE D’INCHIESTA 
Il 7 marzo il centrodestra presenta alla Camera una proposta di legge per l’istituzione di una commissione d’inchiesta. Dopo la vittoria alle elezioni di due mesi dopo, la proposta viene discussa e si giunge all’approvazione della legge n. 99 del 21 maggio 2002,che istituisce la Commissione d’inchiesta sull'affare Telekom serbia. La commissione si insedia il 10 luglio 2002. Entro un anno deve terminare i suoi lavori. Presidente della Commissione: Enzo Trantino di AN. 
 
LE AUDIZIONI 
La Commissione dà il via alle numerose audizioni che contraddistingueranno la sua intensa attività. Il 7 maggio 2003, viene ascoltato Igor Marini, che accusa Dini (Ranocchio), Prodi (Mortadella) e Fassino (Cicogna), di avere giocato un ruolo di primo piano nella vicenda, e di avere intascato direttamente o indirettamente i trenta miliardi della tangente. Marini afferma di possedere documenti a Lugano che sostengono la sua tesi. Il giorno seguente, una delegazione si reca a Lugano per verificare la veridicità della testimonianza di Marini, ma viene fermata dalla polizia elvetica. Igor Marini viene trattenuto in carcere ed interrogato dalle autorità svizzere. Si attende il prossimo interrogatorio da parte delle autorità italiane, previsto per la fine di giugno. 
 
Per maggiori informazioni sulla Commissione parlamentare d'inchiesta consultare: http://www.camera.it/_bicamerali/leg14/telecom/home.htm 
 
Qui di seguito pubblichiamo le risposte alle obiezioni che solitamente la sinistra rivolge all’operato del Parlamento e del Governo sull’affare Telekom-Serbia: 
1) Una commissione parlamentare sulla presunta malagestione dell’affare Telekom Serbia non era affatto necessaria. C’era già in corso un’inchiesta della magistratura che avrebbe fatto piena luce. 
 
Senza l’inchiesta parlamentare, l’inchiesta giudiziaria gestita dal Procuratore della Repubblica di Torino, dottor Marcello Maddalena, avrebbe approdato ad un nulla di fatto, sotto il patrocinio del Procuratore Generale dottor Giancarlo Caselli. I procuratori torinesi ascoltati in Commissione hanno suscitato più di qualche perplessità, ammettendo di non aver interrogato il conte Gianni Vitali, uno degli intermediari dell’affare ricompensato con 14 miliardi di vecchie lire, perché non riuscivano a rintracciarlo. Il presidente della Commissione Trantino, dopo aver visto una foto pubblicata da "Il Giornale" che raffigurava l’abitazione del conte, ha preso la macchina ed è andato ad interrogarlo a casa sua.  
 
2) La Commissione non doveva accettare la testimonianza di un faccendiere come Marini. Tutti coloro che lo conoscono da vicino lo dichiarano privo di attendibilità. 
 
Non si tratta di un teste raccattato per strada, ma di un teste introdotto da un altro teste e dalla procura della Repubblica di Roma. Inoltre l’audizione è stata votata da tutti i membri della Commissione. Ancora una volta la sinistra usa due pesi e due misure. Le testimonianze che fanno comodo a una certa sinistra giustizialista che usa la magistratura a fini politici sono validissime, da qualunque testimone provengano: un pentito che ha ammazzato cinquanta persone accusa Andreotti e Dell’Utri ed è considerato dalla sinistra un teste attendibile. Igor Marini dice qualcosa di "strano" su Dini e Fassino, e subito diventa un oscuro e inattendibile faccendiere. 
 
3) Igor Marini cercava solo un pretesto per andare in Svizzera a recuperare documenti suoi che non c’entrano niente con l’inchiesta. 
 
Di fronte alle denunce di un teste la Commissione ha il dovere di verificarne al più presto l’attendibilità. Con una richiesta di rogatoria, come chiede il centrosinistra, chi era stato tirato in ballo dal teste sarebbe rimasto sulla graticola per chissà quanto tempo. I documenti citati dal Marini potrebbero essere dei falsi, dei fotomontaggi o riferirsi a contesti diversi da quello oggetto della Commissione.  
 
4) Piero Fassino sostiene che è tutta una montatura organizzata da un burattinaio. 
 
L’onorevole Piero Fassino reclama l’impunità. Una categoria in uso nel Medioevo. Per ogni cittadino dovrebbe vigere la stessa regola. Ci sono accuse: si verifica. Se sono false, tanto meglio. 
 
5) Il centrodestra sta cavalcando l’affare Telekom Serbia a fini politici Non si è trattato né di un disastro finanziario, né di una speculazione politica. 
 
Non si potevano sottostimare in modo così evidente i rischi immaginabili con un Paese sotto embargo, sottoposto a crescente isolamento e in procinto di entrare in guerra. Non si potevano soprastimare in modo così evidente gli impianti acquisiti che sono stati acquistati per 900 miliardi e rivenduti per 377 miliardi alcuni mesi dopo. L'ambasciatore italiano in Serbia aveva spedito in Italia ben 14 telegrammi indirizzati alla Farnesina mettendo in guardia sui pericoli che si correvano. Chi era al governo ”non poteva non sapere” 
 
6) Il centrodestra vede complotti dappertutto. E’ logico che gli inquirenti svizzeri sapessero della "missione" italiana: era scritto sui giornali elvetici. 
 
Il portavoce del Ministero Pubblico della Confederazione elvetica, Mark Wiedmer afferma che la Procura federale aveva ricevuto, prima della missione della Commissione d’inchiesta a Lugano, una richiesta informale in merito alla possibilità di visionare documenti depositati in Ticino. Stando alla rivista "SonntagsZeitung" la richiesta è arrivata dalla procuratrice genovese Francesca Nanni, consulente giuridica della Commissione. La Nanni ha ammesso di essere stata incaricata dall’on. Giovanni Kessler (DS) di effettuare la telefonata. L’on. Kessler ha a sua volta ammesso di aver dato l’incarico alla Nanni, minimizzando il fatto. Per questa sua iniziativa, l’on. Kessler è stato denunciato dall’on. Carlo Taormina per attentato contro il Parlamento italiano, abuso d’ufficio, favoreggiamento personale e violazione del segreto. 
 
7) Questa Commissione serve solo al centrodestra per alzare i toni della lotta politica. È una commissione da chiudere, non serve a niente. 
 
È la prima volta nella storia del Parlamento italiano che i presidenti di un gruppo parlamentare si muovono per provocare l’insabbiamento di ciò che emerge in commissione d’inchiesta.  
Suona sospetto questo disprezzo per le Commissioni parlamentari d’inchiesta. Fino a ieri questi mezzi di conoscenza e di approfondimento erano considerati il sale della democrazia. Grazie ad esse illazioni, teoremi e forzature hanno spesso avuto parvenze e timbri di verisimiglianza se non di verità, e di esse le sinistre si sono servite per rilasciare o negare patenti di realtà repubblicana. Non dimentichiamo l’utilizzazione spregiudicata che dell’antimafia è stata tentata prima che l’onorevole Violante fosse costretto a lasciarne la presidenza. Chi in quegli anni dissentiva dalle sinistre non ha mai preteso di rompere il giocherello; pur senza prestarsi a mistificazioni e strumentalizzazioni, ha fatto la sua parte, lasciando nelle carte parlamentari la traccia del diverso parere.  
 
 

 

GLI INCENTIVI PER LE IMPRESE

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